Disarchivio. Cinema e altro/ve da una lente anticoloniale

Bobò, Ado e Nadir. La mia very short list dei David

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Uno sguardo interessato e partigiano alle candidature per i David di Donatello, a caccia dei rari segni di vivacità sul versante della diversity in fatto di origini.


Ogni anno, sgranare il rosario dei titoli in concorso per il David di Donatello nelle varie categorie è l’occasione inevitabilmente per fare un bilancio dell’annata solare precedente e capire fino a che punto può calare il grado di diversity del cinema italiano. Ogni anno si tende a pensare che si sia toccato il fondo e che si potrà solo risalire e invece senza troppe sorprese si staziona sempre in uno zero virgola che è parente stretto dello zero assoluto. Dall’anno scorso, con la novità dell’introduzione delle shortlist, sul modello di Oscar e BAFTA, si è aggiunto un minimo di pepe in più e la possibilità di tifare per qualche titolo outsider, scritto, diretto o prodotto da filmmaker con background migratorio.

Il raccolto del 2025 è stato davvero magro, a riprova che molte produzioni riconducibili a creativə con background migratorio e origini non dall’ex primo mondo, pure completate e magari offerte a un pubblico di festival di media e bassa fascia, troppo spesso sono sviluppate al di fuori dai canali istituzionali del mercato, non riescono ancora a diventare industry, galleggiando in una terra di nessuno fra la dimensione amatoriale e quella ultraindipendente e off off. Non a caso, il piatto piange amaro per la categoria regina dei Film Italiani dove tra i 118 lungometraggi in lizza per il David più ambito, con le relative sottocategorie annesse, al netto di alcuni titoli di registə stranieri in film di coproduzione, non ci sono film diretti da «prime» o «seconde generazioni», per capirci. Qui accanto allo zero non c’è nemmeno la virgola.

Il panorama è un po’ più confortante nella categoria Film Documentari, dove su 107 titoli c’è la soddisfazione di trovare ben due titoli in shortlist per cui tifare spudoratamente, e cioè I diari di mio padre di Ado Hasanović, di natali bosniaci, premiato a Trieste e al Bosnian-Herzegovinian Film Festival di New York e Bobò di Pippo Delbono, presentato in anteprima mondiale a Locarno e prodotto dalla coraggiosa Fabrique Entertainment della italo-etiope Renata Di Leone, anche esperta truccatrice, e di Giovanni Capalbo. Non ce l’hanno fatta invece titoli che pure hanno ricevuto un certo interesse di critica come Film di stato dell’esperto Roland Sejko, presentato alle Giornate degli Autori e Ai Weiwei’s Turandot, passato di recente anche al Festival dei Popoli e opera di Maxim Derevianko, romano di origini russo-ucraine, come anche Dacia vita mia – Dialoghi giapponesi della giovane italo-giapponese Izumi Chiaraluce, selezionato all’ultima Festa del Cinema di Roma. Da segnare in selezione anche Green is the new red, opera dall’italo-paraguaiana Anna Recalde Miranda, presentato in anteprima mondiale all’IDFA di Amsterdam e girato nelle estensioni sterminate di soia in America Latina.

Fa tristezza trovare infine tra i ben 206 corti in concorso per il David di categoria appena due titoli con alle spalle registə con background migratorio, e cioè Tamago dei Miyakawa Bros., Orso, Peter e Benjamin, bavaresi di nascita ma italiani d’adozione e con nonno paterno giapponese e già autori (Orso e Peter) della commedia screwball Easy Living – La vita facile (2019). Ma a essere in shortlist è invece il newcomer assoluto Festa in famiglia, film di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia dell’italo-marocchino di Cremona Nadir Taji, presentato alla Settimana della Critica, racconto secco e sottile di una domenica ordinaria in una famiglia della diaspora araba in Italia, sconvolta dalla scoperta di un episodio di molestia sessuale. Merda merda merda ai magnifici tre e speriamo che l’anno del grande fondo sia finalmente arrivato.
[LDF]

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