Disarchivio. Cinema e altro/ve da una lente anticoloniale

Disarchivio, da dove e verso dove

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Disarchivio è una piattaforma di ricerca e pratica curatoriale, che prevede la realizzazione di eventi, seminari e spazi online di approfondimento, all’intersezione fra cinema, media e attivismo antirazzista e per una riforma della legge di cittadinanza.


Quando, oltre un anno fa – il numero è uscito nell’ottobre 2024 ma la mia consegna risale al maggio 2023 – all’interno di un saggio scritto per un numero monografico di Cinema e Storia sul tema Cinema italiano postcoloniale, a cura di Luca Caminati, Valeria Deplano, Damiano Garofalo e Luca Peretti, ho sentito la necessità di cominciare a ridefinire uno spazio di azione anticoloniale (ma allora usavo ancora postcoloniale) dentro e fuori l’università, mi era venuto spontaneo chiarire anzitutto cosa non fosse. Un disarchivio, avevo scritto, non è solo, anzi non è affatto, un controarchivio, un dispositivo che si limita a ridisporre diversamente gli elementi che insistono in un orizzonte semiotico dato, aprendo e subito suturando e sanificando le ferite di processi e dinamiche che continuano a produrre alienazione, frustrazione, mancanza di opportunità nel paese reale.

Un disarchivio vuole essere un processo di produzione di saperi e azioni di rottura, materialmente e politicamente motivati, che rifiutano dinamiche di giustificazione e naturalizzazione dell’esistente, si danno come incomplete imperfette provvisorie e oppongono resistenza a una digestione e assimilazione agevoli da parte del sistema accademico e del mercato culturale, chiamando a raccolta anzitutto quantə, in seno alle università ma più in generale nel comparto pubblico della conoscenza, protettə – ancorché relativamente – da contratti a tempo indeterminato oltre che genericamente dal privilegio bianco, intendono impegnarsi concretamente per disarchiviare appunto, a partire da una prospettiva postcoloniale o se si preferisce decoloniale, il cinema, a partire da quello italiano, lavorando in parallelo nella direzione di un’industry dell’audiovisivo diversa, plurale e più rispondente alle necessità dell’Italia contemporanea.

La logica del disarchivio punta verso il futuro ma ha lo sguardo fisso sul passato, come l’angelus novus di Paul Klee nella nota lettura di Walter Benjamin, su una serie di canoni, contenitori didattici e luoghi del dibattito storico e teorico sui film studies italiani da decostruire e decolonizzare, agendo per esempio sul territorio dei modi di produzione. Guardare con occhi diversi alle produzioni cinematografiche e artistiche del passato, tuttavia, non può né deve bastarci, specie se vogliamo rivolgerci a una platea di non addettə ai lavori e millennial e agire sulla contemporaneità. Occorre cambiare in modo radicale le forme della didattica, aprire scuole e università alla società civile e ai territori, contrastando la loro riduzione a luoghi di formazione di pochi quadri intermedi e di un esercito di Lumpen sotto ricatto e senza tutele, agire per la disgregazione di un’immagine oleografica e culturalmente esclusiva di italianità, con azioni mirate anche su media e spazio pubblico.

Tutto questo è impossibile senza fare squadra in modo orizzontale e partecipativo con soggetti e gruppi razzializzati, le cui voci sono spesso assenti dai media, dai quadri del corpo docente, dai ruoli apicali delle industrie creative: scommettere su un radicale avanzamento dell’immaginario ma anche delle politiche dell’audiovisivo, a partire dalla difesa del servizio pubblico radiotelevisivo, significa sostenere politiche per la diversità, in grado di promuovere a tutti i livelli la presenza di più quadri apicali, creativə e tecnici dal background migrante, nell’orizzonte complessivo di un miglioramento delle normative sui diritti sociali e civili, a partire da quello di cittadinanza. Al netto della segmentazione sempre più marcata, per ragioni di status sociale e giuridico e grado di abilità, tanti indicatori ci parlano di una platea studentesca uscita ulteriormente fragilizzata dalla pandemia Covid-19, inquieta per gli effetti sempre più evidenti del riscaldamento globale e spaventata da un mercato del lavoro sempre più povero, per opportunità e livello salariale.

Se è vero che è anzitutto in questo bacino il territorio di rifondazione di un pubblico cinematografico, e lo scrivo in relazione anche al recupero di un habitus all’esperienza della visione comunitaria e in sala, credo sia più che mai necessario moltiplicare la diffusione di saperi e azioni finalizzati alla decolonizzazione degli studi di cinema, muovendo in parallelo sui terreni della storia, della storia delle teorie, del contrasto proattivo alle narrazioni tossiche nella produzione contemporanea, dell’elaborazione partecipata di percorsi di scoperta e riappropriazione del cinema del passato e del presente, supportando la co-creazione di: a) pratiche associabili alla sfera delle postcolonial digital humanities; b) luoghi e forme di una socialità, anche cinematografica, di cura e autoespressione per gruppi e soggetti razzializzati; c) percorsi di empatia all’intersezione di più assi d’oppressione, utili a contrastare vecchi e nuovi processi di sfruttamento ed esclusione con una chiara matrice coloniale. Fin qui, con qualche taglio e ritocco, quanto avevo scritto allora.

A distanza di quasi tre anni da queste riflessioni, da cui è nata l’idea di questa piattaforma, e di questo blog, che ne è parte, la mia prospettiva è ulteriormente cambiata, e a determinare questo scarto è stato il genocidio a Gaza e la reazione a esso del mondo della cultura e accademico italiano, con particolare riferimento alla rete interdisciplinare di colleghə italianə operanti nelle università italiane. Credo che nell’insieme l’università italiana non si sia mobilitata come avrebbe potuto e dovuto davanti a questo evento epocale, che a mio avviso ha portato allo scoperto una ramificazione complessa di problemi connessi alla libertà di ricerca e insegnamento, ai finanziamenti erogati dal Ministero e ai rapporti di collaborazione che università e centri di ricerca intrattengono non solo con le università di un Paese dal regime di colonialismo d’insediamento come Israele, che da settantasette anni si regge su pilastri come occupazione, apartheid, pulizia etnica, imprigionamento di massa, negazione dei diritto al ritorno e derisione del diritto internazionale e che in oltre due anni si è reso colpevole di uno spaventoso genocidio, costato ben oltre le 70 mila vittime riconosciute persino da Israele e la distruzione della quasi totalità di tutte le infrastrutture civili, università, scuole, ospedali e abitazioni private incluse.

Allo scoperto sono emersi anche i legami occulti di università e ricerca con l’industria bellica, con i colossi statunitensi del big tech, col comparto energetico fossile, e con altre filiere tossiche interessate ad approfittare della condizione endemica di sottofinanziamento di questi settori strategici del sistema-Italia, aggravata pesantemente dal governo Meloni. Davanti a tutto questo la reazione della componente di docenti e ricercatorə, e qui mi riferisco specie a colleghə strutturate, e quindi con un contratto a tempo indeterminato, è stata nell’insieme totalmente inadeguata, debole e tesa sostanzialmente alla conservazione dell’esistente e fare argine contro la mobilitazione delle componenti studentesca e precaria, significativa specie nella primavera 2024 e nell’autunno 2025.

Dentro questo quadro preoccupante, la flottiglia di studiosə che si riconoscono in una prospettiva critica postcoloniale in Italia, agendo in ambiti disciplinari diversi, non ha brillato affatto per intraprendenza né capacità di elaborazione teorica e organizzazione. In uno scenario geopolitico globale segnato dall’ascesa di forze reazionarie, suprematiste, dall’agenda politica scopertamente neocoloniale e tesa all’indebolimento del diritto internazionale, nella consapevolezza che larga parte di studiosə postcoloniali (e decoloniali, attenzione) hanno troppo spesso messo tra parentesi la centralità della Palestina come laboratorio di fondazione di un nuovo dis/ordine mondiale, e che tutto questo comincia ad avere riflessi anche in Italia, con un peggioramento netto delle condizioni di vita delle persone razzializzate, specie di fede musulmana, è necessario spostare il nostro sguardo dal passato al presente e assumere tutte le conseguenze derivanti dal fatto di vivere in un tempo storico intriso non solo di colonialità, e quindi di violenza epistemica esercitata contro ə dannate della terra di oggi, ma dominato da un capitalismo razziale che si fonda su pratiche di colonialismo sistemico, e cerca di riguadagnare terreno, in un quadro di rapporti di forze ormai sfavorevole alle potenze occidentali, attraverso pratiche di dominio non solo economico ma anche militare.

È tempo, almeno per me, di lasciarsi alle spalle le ambigue e paradossali trappole lessicali del pensiero postcoloniale, come di guardarsi dalle sirene diffuse di un orizzonte decoloniale che insegue illusoriamente il miraggio di uno spazio di agibilità esterno alla dialettica coloniale, e recuperare la radicalità di un pensiero e di una pratica di agitazione che siano frontalmente anticoloniali. Il cinema e più in generale l’audiovisivo possono senz’altro aiutarci in questo lavoro culturale e politico, ma per la loro economia simbolica e materiale costosa e sostenibile solo in una rete di consenso diffusa, appaiono più in difficoltà rispetto ad altri ambiti d’espressione, come la musica, la letteratura, la radio, il giornalismo indipendente. Spero quindi che uno spazio di approfondimento online come questo blog possa svolgere un ruolo infinitesimale nella direzione giusta ma l’unica possibilità di resistenza anticoloniale e antirazzista passa per la costruzione di spazi di cura e agitazione fuori dal web, nel paese reale, attraverso l’incontro di corpi e la condivisione di saperi e pratiche capaci di liberare noi stessi dalle incrostazioni e dalle paure accumulati negli anni, come premessa per la liberazione del nostro pianeta da una spirale di estrattivismo, sfruttamento e militarismo ormai fuori controllo che ne mettono a rischio la stessa sopravvivenza.

Questo nasce come un blog personale, all’interno di una piattaforma di azioni che ruotano sulla mia operatività dentro l’università, fra ricerca, didattica e terza missione, ma soprattutto fuori. Non escludo affatto di aprire questo spazio ad altrə complici e compagnə di strada e azione anticoloniale, che condividano le mie ragioni di fondo. Questo blog è un cantiere aperto, che per il momento prevede sette rubriche o pagine, sotto cui man mano andranno a confluire i miei post. Cosa e chi raccoglierà riflessioni a carattere più strutturato, che chiamano in causa la natura del progetto. Qui e ora ospiterà interventi legati all’attualità cinematografica, culturale e politica. Back in Anger presenterà letture di testi del passato, anche prossimo, rigorosamente against the grain, dove quindi prevarranno i toni di contronarrazione radicale. Pluralitalia è per ora una scatola chiusa che aprirò presto. Altri eventi ospiterà comunicati e report sulle iniziative progettate nell'ambito della piattaforma Disarchivio. In Da Cinemafrica andrò man mano recuperando articoli pubblicati negli anni su questi temi nel sito che ho diretto negli anni insieme a Maria Coletti, Cinemafrica - Africa e diaspore nel cinema (2008-21). In Scritture liberate, infine, compariranno testi editi miei o chissà anche di altrə, non più disponibili sul mercato o comunque recuperati a una lettura open access.

Nella concezione grafica di questo blog, tenuto conto delle caratteristiche della piattaforma open source Bear a cui si appoggia, ho cercato già di scegliere uno stile che fosse il più semplice possibile e ottimizzato anche per persone con visibilità ridotta. Se avete però suggerimenti per facilitare ulteriormente la lettura, vi chiedo di scrivermi e ne terrò volentieri conto.

[Leonardo De Franceschi]

#Cosa e chi