Disarchivio. Cinema e altro/ve da una lente anticoloniale

Il ritorno di Krissane con "La vendetta delle formiche"

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Si sono concluse a Torino le riprese de La vendetta delle formiche, che vede il ritorno al lungometraggio del regista e attore italo-tunisino Hedy Krissane, 14 anni dopo Aspromonte (2012).


Si sono concluse a Torino le riprese de La vendetta delle formiche, che vede il ritorno al lungometraggio del regista e attore italo-tunisino Hedy Krissane, 14 anni dopo Aspromonte (2012). Ultimamente, il regista aveva realizzato il corto Al wadiaa (il dono), protagonista una bambina palestinese della Cisgiordania e il suo attaccamento all’uliveto di famiglia, messo sotto attacco dai coloni israeliani («un omaggio allo spirito palestinese e un promemoria che nessuna forza può sradicare la speranza»). Di base a Torino dai primi anni Novanta, stavolta il regista ha potuto giocare in casa. Il film è stato girato tutto a Torino, tra Porta Palazzo, Murazzi del Po, Giardini del Fante, Porte Palatine, Torre del Rivore e per tre giorni anche a Moncalieri. Il film, ispirato alla lontana a un fatto di cronaca, racconta un’aggressione a sfondo razziale che scuote la vita di una tranquilla famiglia di immigrati.

Nel plot, una piccola bugia mette in crisi la fragile convivenza tra la prima generazione, ancorata alle sue tradizioni e la seconda, in bilico tra le due identità. Sharif, il padre, interpretato dallo stesso Krissane, e Aicha, la figlia, devono fare i conti con ciò che è avvenuto davvero: qualcosa che cambierà radicalmente la loro famiglia. Il film è stato scritto da Krissane insieme a Gero Giglio e Enrico Remmert. Nel cast anche Nadia Kibout (Elisa), nel ruolo della madre Khadija, Linda Messerklinger (La grazia), in quello di una poliziotta e la giovanissima Fadwa Lamzouri. La vendetta delle formiche è prodotto da Krissane per la Clean Film con La Bottega dell’Immagine e Ciakalabria e il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Le riprese sono durate circa tre settimane, concludendosi il 28 marzo.

Il regista ha così raccontato al sito del Concorso letterario nazionale Lingua Madre: «da autore migrante mi sono sempre sentito l’obbligo di raccontare le nostre storie [...] le storie dei nuovi cittadini che vivono e contribuiscono alla crescita di questo paese bellissimo, senza, in molti casi venir considerati. Anzi, spesso vengono – veniamo – accostati ai migrati appena sbarcati, ai terroristi dall’altra parte del globo o, peggio, ai malfattori e delinquenti che non mancano da entrambe le parti. In Italia ci sono sei milioni di nuovi italiani che il cinema e la tv italiana non hanno mai saputo rappresentare. Quando ci hanno provato, l’hanno fatto attraverso autori non di origine migrante. La storia del film è in gran parte anche la mia. Cultura e vita quotidiana che si amalgamano in una nuova entità: quella dei nuovi cittadini, ancora sospesi tra radici semantiche diverse e l’acquisizione di un nuovo status sociale».

«Questa storia si basa su un fatto di cronaca successo tanti anni fa, ma la sento oggi più che mai mia. Sono un padre immigrato di prima generazione di una ragazza di sedici anni di seconda generazione, [...] un padre per anni bersagliato per le sue origini e la sua religione dai colleghi, dai media e dall’istituzione, esausto e stanco con la figlia, di seconda generazione, attratta dalla libertà e dalla voglia di essere come le sue amiche, di sentirsi riconosciuta e accettata senza ricordare ogni momento le sue origini che porta come un macigno e una religione a cui crede ma che è stata accostata al terrorismo, e che per prima ha distrutto la vita e il quotidiano dei musulmani soprattutto in occidente».
[LDF]

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