Disarchivio. Cinema e altro/ve da una lente anticoloniale

"La cittadinanza come luogo di lotta" in open access

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In virtù di un accordo con l’editore, è disponibile in open access anche il mio La cittadinanza come luogo di lotta, quinto e ultimo volume della collana "Studi postcoloniali di cinema e media”, scaricabile a questo link. Il libro nasce dalla necessità di far dialogare riflessione accademica e impegno da attivista per i diritti di cittadinanza, in risposta al fallimento dell’iniziativa parlamentare per la riforma della legge n. 191 del 1992, affossata dal governo Gentiloni e dalla sua maggioranza a guida PD nel dicembre 2017. Uno scacco bruciante, a fronte di un impegno per cui un’intera generazione di giovani attivistə dal background migratorio si era spesa, col movimento Italiani Senza Cittadinanza in prima linea. L’esito nefasto delle elezioni politiche del marzo 2018 aveva reso evidente come fosse necessario attrezzarci per una nuova, lunga e dolorosa traversata del deserto, consolidando un lavoro culturale che rimettesse in discussione l’immaginario e le narrazioni dominanti dell’italianità, e desse visibilità a un insieme di contronarrazioni già prodotte, nel cinema e nella serialità italiane, attente a restituire il vissuto delle cosiddette «seconde generazioni», a partire da film diretti da registə con background migratorio, come Per un figlio di Suranga D. Katugampala, da cui è tratta l’immagine di copertina.

Di qui la struttura ibrida di un libro in tre capitoli, di cui il primo dedicato alla rivisitazione di alcune categorie del pensiero di Gramsci, il secondo alla ricostruzione del movimento per la riforma della cittadinanza e il terzo a un excursus nel cinema e nella serialità italiana, alla ricerca di storie incentrate sulle «seconde generazioni». Di seguito, riporto le prime pagine dell’introduzione al volume, dal titolo Premesse. Per una nuova cittadinanza visuale. In filigrana, il filo rosso di una ricerca, tra riflessione storica e attivismo culturale, che in questi giorni riprendo avanti, sempre in dialogo con Italiani Senza Cittadinanza, con la manifestazione *Anteprima Pluralitaliaé, e sul piano cinematografico confluirà nel doppio evento in programma alla Casa del Cinema sabato 21 marzo, dalle 16:30, con la Maratona Cortometraggi e il Talk “Quale festival per quale Italia?”, a seguire. L’incontro vedrà la partecipazione deə filmmaker Ahmed Ben Nessib, Mounir Derbal, Juan Pablo Etcheverry Ciancio, Christofer Antonio dos Reis Miranda Lopes, Nespy5Euro, Hleb Papou, Justin Randolph Thompson, Valeria Weerasinghe e Yassmin Yaghmai.


Ius soli, ius culturae, seconde generazioni. Il paese si è diviso per mesi sulla sorte di oltre ottocentomila minori cresciuti e in larga parte nati in questo paese. Il fatto che alla fine abbiano prevalso le ragioni della paura e dell’odio non sposta di una virgola la necessità di mettere mano al cantiere di una cittadinanza visuale più aperta e inclusiva. Negli ultimi anni questa sete di diritti e nuove narrazioni sta cominciando ad esprimersi nel cinema e nella serialità, anche attraverso lo sguardo di registi di seconda generazione. È arrivato il momento di far ripartire una conversazione sullo stato della cittadinanza e su quello che intendiamo per italianità. Questo libro vuole affrontare le ragioni profonde della battaglia per la riforma, ripercorrere snodi e questioni chiave del dibattito, e insieme offrire un primo sguardo ragionato all’immaginario veicolato da film, corti, documentari, serie tv e web prodotti nell’arco di vari decenni su questa generazione in transito. Ma andiamo per ordine.

Chiuso il sipario sulla XVII legislatura e su una campagna elettorale funestata dall’attentato razzista che ha colpito il 3 febbraio 2018 a Macerata sei africani/e (originari/e di Gambia, Nigeria e Ghana), ci siamo risvegliati all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo con la notizia dell’omicidio di Idy Diene, cittadino senegalese di 54 anni, colpevole come gli altri di attraversare lo spazio pubblico con un corpo, la cui differenza, una volta epidermializzata, resiste visivamente a ogni percorso possibile di iscrizione a venire nel recinto della comunità politica.

L’esito delle elezioni, ancorché incerto sul piano degli scenari di governo, consegna al paese un parlamento formato da forze ostili o indifferenti alla domanda di cittadinanza che prima vari segmenti della società civile e poi gruppi sempre più consistenti di giovani di origine migrante hanno avanzato in prima persona, lungo un arco di iniziative oramai più che ventennale. Occorre quindi attrezzarsi per una battaglia culturale di medio periodo, a 360 gradi, in grado di convogliare le energie intellettuali e creative migliori di questo paese, partendo dai territori, dai luoghi di formazione e diffusione dei saperi e da una messa a valore della rete.

Il libro che state sfogliando nasce dall’urgenza, civile prima ancora che culturale, di rispondere a tre domande. Come condensare in poche pagine la storia e le ragioni profonde di questo movimento dal basso che vede protagoniste le seconde generazioni e reclama spazi e forme di agibilità materiale e simbolica, sul piano giuridico come su quello delle narrazioni? Quale intreccio di discorsi hanno preparato e poi sviluppato nell’arco di vari decenni il cinema e la serialità italiana per dare conto di questo segmento della società italiana in via di lento riconoscimento? In che misura ciascuno di questi titoli (lungometraggi, cortometraggi, documentari, serie tv e web) può essere utile come traccia di immaginario e deposito di storie, per far ripartire una riflessione d’insieme sul significato da attribuire ai termini cittadinanza e italianità?

Dal momento che ho sollevato indirettamente il tema del lessico operativo, affronto subito una questione che, come molte altre evocate nelle pagine a venire, necessiterebbe di uno scandaglio teorico ben più articolato. Scelgo di riferirmi a questo segmento di società italiana formato da figli e figlie di migranti col termine seconde generazioni, nella consapevolezza che esso pone problemi a un crescente numero tanto di studiosi/e di scienze umane quanto di individui a torto o a ragione assimilabili a questa discussa e a volte abusata nozione. Come scrive Luca Queirolo Palmas (2006), ma il suo elenco potrebbe aumentare in modo significativo, includendo almeno etichette auto ed eterocostruite come nuovi italiani, italiani di origine straniera e italiani senza cittadinanza, «minori stranieri, alunni immigrati, giovani di origine immigrata, studenti di gruppi etnici minoritari, seconde generazioni, quale che sia la denominazione utilizzata non risulterà difficile provarne il carattere riduttivo e spesso fuorviante» (p. 17). Anch’io continuo tuttavia a ritenere seconde generazioni come il termine-ombrello più utile nel lessico critico messo a disposizione dagli studi di settore, e lo utilizzerò nell’accezione lasca e ad ampio raggio proposta da Maurizio Ambrosini (2005) di «figli di almeno un genitore immigrato, nati tanto all’estero quanto in Italia» (p. 166), che suggerisco però di integrare con figli adottati, i cui tratti somatici non siano immediatamente associabili all’idealtipo dell’italiano medio. Inoltre, cercherò di impiegare questo termine da una prospettiva antiessenzialista, evitando quanto possibile ogni deragliamento da un orizzonte storico-contestuale chiaramente definito.

Il dibattito pubblico emerso nella seconda metà del 2017 ci obbliga a fare i conti, a ottant’anni dalle leggi razziali, con diffuse resistenze, abilmente amplificate da precisi settori della classe politica e dell’informazione, all’accoglimento nel corpo della nazione di individui, anche se minori e in età scolare, il cui fenotipo mal si associa con la narrazione dominante di un’italianità, mediterranea sì ma pur sempre bianca, narrazione che è la risultante di una dinamica di lungo periodo, innervata nello stesso processo di nation building dello Stato italiano e nelle principali tappe, spesso traumatiche, che ne hanno segnato l’evoluzione in questi oltre 150 anni. Si tratta di un immaginario che, sia pure condizionato da inevitabili segni di comunanza con altri paesi dello scacchiere euro-mediterraneo, presenta una configurazione riconoscibilmente italiana e incide nella rinegoziazione del carattere nazionale, recando impresse le tracce di un intreccio discorsivo che elabora e reagisce a dinamiche complesse come la questione meridionale, l’emigrazione interna e internazionale, le esperienze storiche del colonialismo, le articolazioni teoriche e governamentali del razzismo, le trasformazioni geopolitiche indotte dal dispiegarsi e poi decomporsi dell’assetto della guerra fredda, gli scenari introdotti dalla globalizzazione neoliberale e dall’assunzione da parte dell’Italia del ruolo di frontiera meridionale dello spazio Schengen.

Nel tritacarne di una spirale di odio che, a partire dal giugno 2017, da settori marginali dell’opinione pubblica è diventata koinè, sono finiti quasi 815.000 minori, figli/e di cittadini stranieri di cui oltre il 58% nati in Italia (478.522) e che rappresentano nel complesso più del 9% della popolazione studentesca. A questi va aggiunto il milione abbondante di giovani stranieri di età compresa tra i 18 e i 30 anni (1.002.037) . Non tutti sono arrivati in Italia in età scolare ma diverse migliaia sì e quindi, se il parlamento avesse approvato la legge n. 2092, avrebbero potuto fare istanza di cittadinanza. A loro e a una quota consistente degli altri quattro milioni di cittadini stranieri che vivono nel nostro paese da più di cinque anni e contribuiscono con i loro consumi e contributi ad arricchire il Prodotto Interno Lordo e a tenere in attivo i conti dell’INPS, continuano ad essere usurpati i diritti politici e quindi non hanno potuto partecipare alla recente tornata elettorale, con un evidente aggravamento della crisi della democrazia e della rappresentanza in atto da anni.

Contro italiani ed italiane senza cittadinanza è andato estendendosi un razzismo “popolare” che, come ben sottolinea Annamaria Rivera (2017), è un mix di «senso di frustrazione, spaesamento, rancore». Rancore socializzato, «conseguente, a sua volta, al senso di frustrazione, d’impotenza e d’insicurezza, nonché alla perdita di legami di prossimità solidali», questo sentimento viene indirizzato «verso chi […] è considerato quale occupante abusivo del “nostro territorio” e della “nostra nazione”» (p. 19), aggravando dinamiche di disgregazione sociale che stanno indebolendo lo stesso fronte democratico e antirazzista […]. [per continuare la lettura, scarica il libro a questo link]
[LDF, 28.03.2018]

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