"L'Africa in Italia", tredici anni dopo

Grazie alla disponibilità di Aracne Editrice, da qualche giorno è stato reso fruibile gratuitamente, per la lettura e il download, la versione ebook de L’Africa in Italia. Per una controstoria postcoloniale del cinema italiano, uscito ormai nel 2013, quindi tredici anni fa, con la prefazione di Annamaria Rivera e la postfazione di Igiaba Scego. È un libro uscito a mia cura, a cui sono molto legato, perché inaugurava una collana di Studi postcoloniali di cinema e media in cui avevo riposto molte speranze ed energie, anche se poi ha prodotto solo cinque uscite fino al 2018, per poi esaurirsi. Perché coinvolgeva, in veste di autorə, contributors e intervistatə, persone attive tra accademia, cinema e attivismo, a molte delle quali sono legato da un’affettività lunga e proficua, che si è prolungata da allora in altre collaborazioni, tra vita e militanza, a più livelli. Perché di quel doppio tema – da una parte i modi di rappresentazione delle persone africane e afrodiscendenti, dall’altra i percorsi di filmmaker afrodiscendenti, fenomeni inquadrati entrambi nel cinema italiano, dal muto ai giorni nostri – continuo ad occuparmi con passione da studioso e attivista, e questo blog ne è una riprova. Ecco, chi volesse una copia cartacea può continuare a ordinarla sul sito dell’editore ma, se vi accontentate di quella digitale, basta un click a questo link. Di seguito, riporto le prime pagine dalla mia (ahimé lunga) premessa, che sintetizzava le ragioni della collana e del volume. Titolo: Cantiere aperto ai non addetti ai lavori. Note a mo’ di introduzione.
- Ci sono, a mio avviso, almeno tre ottime ragioni per lanciare oggi una collana di studi filmici con una prospettiva postcoloniale.
Anzitutto, anche se non necessariamente si tratta della ragione più importante, perché con ogni probabilità la nostra collana rappresenta la prima in assoluto, su scala internazionale. Bisogna riconoscere che, da alcuni anni, due aree tradizionalmente distanti quando non ostili come la disciplina degli studi filmici e l’ambito degli studi postcoloniali hanno cominciato finalmente a dialogare, prova ne sia l’emergere dei primi timidi segnali di interesse nei confronti del cinema da parte di alcune riviste accademiche di orientamento postcoloniale, ma soprattutto l’apparire di alcuni volumi di studi filmici che stanno non senza fatica, e contando soprattutto su una generazione di giovani studiosi, costruendo le condizioni per il riconoscimento del pensiero postcoloniale come matrice forte anche in quest’area di ricerca. Penso per esempio a due studi recenti, il seminale Postcolonial Cinema Studies, curato da Sandra Ponzanesi e Marguerite Waller (2012), e Visual Difference. Postcolonial Studies and Intercultural Cinema, scritto da Elisabeth Heffelfinger e Laura Wright (2011). Ciononostante, nessuno aveva mai osato immaginare un luogo permanente e non occasionale di ricerca nell’area degli studi filmici sulla base di un approccio postcoloniale.
La seconda ragione è legata alla crisi conclamata della globalizzazione economica, anzitutto all’interno della Fortezza Europa, con tutti i pericoli connessi a un quadro sociale a rischio di implosione, per gli effetti combinati di una drastica diminuzione di qualità della vita e di un’ancor più drammatica compressione dei diritti sociali e di cittadinanza, da ascrivere a un parallelo processo di inclusione differenziale dell’immigrazione e di ristrutturazione dell’economia reale che fa sempre più perno sulla figura, costitutivamente precaria e iperflessibile, del lavoratore migrante (v. Mezzadra, 2008, p. 14 e ss.). In questo contesto, diventa più che mai urgente mettere a fuoco strumenti che possano consentirci di leggere i modi con cui il cinema e più in generale i dispositivi dell’audiovisione stanno raccontando questi processi di ristrutturazione che coinvolgono tanto l’orizzonte materiale quanto quello simbolico. Siamo chiamati a decostruire sempre nuove declinazioni di un razzismo che mette a sistema umori popolari, imperativi economico-finanziari e istanze istituzionali, resuscitando e riaggiornando fantasmi e miti talora di chiara matrice coloniale. Veniamo così alla terza ragione che mi ha spinto a varare il cantiere di questa collana, una ragione più specifica, che nasce tanto dalla consapevolezza delle potenzialità insite nel consolidamento di un movimento di studi filmici di ispirazione postcoloniale quanto, e ancor più, dei limiti evidenziati a mio modo di vedere da alcune pratiche di ricerca che hanno segnato il dibattito degli ultimi anni intorno alle cinematografie del sud del mondo, all’autorialità di cineasti diasporici e transnazionali, ai modi in cui le cinematografie nazionali e postnazionali hanno veicolato e veicolano discorsi sulle differenze culturali.
Posto che mi riservo di tornare più diffusamente sulla questione, all’interno di una monografia che dovrebbe sintetizzare i risultati dell’attività di ricerca e didattica che conduco da alcuni anni sulle teorie e pratiche postcoloniali del cinema, con un interesse specifico sull’Africa e sugli afrodiscendenti come portatori di agency e soggetti assoggettati di narrazioni, credo sia opportuno, onde avviare il cantiere di ricerca che rappresenta questa collana di studi, garantendole una certa solidità progettuale, cominciare ad esplicitare alcune opzioni di fondo.
Per quanto mi riguarda, considero quella metaforica e figurata come l’unica accezione politicamente sostenibile da ascrivere al prefisso post nell’aggettivo postcoloniale (e anche nell’aggettivo postrazziale, come si vedrà). Ritengo sul piano discorsivo particolarmente utile l’utilizzo di questa nozione (e del campo semantico che si tira dietro), a patto di chiarire da subito che esso viene impiegato in senso eminentemente antifrastico, e soprattutto per definire il posizionamento politico di un soggetto storico dato (ad esempio un cineasta o un critico), oppure una sua esperienza, teorica e/o pratica che sia. Non nego, insieme a Achille Mbembe e a Sandro Mezzadra, che la realtà contemporanea presenti tratti tali da autorizzare l’abbinamento dell’aggettivo postcoloniale al termine situazione, tanto da poterci far parlare della postcolonia come di una concreta fase storica, sia pure intesa come intreccio di durées (v. Mbembe, 2005: p. 26 e ss.). Tuttavia, ritengo che questo spostamento del termine, dal soggetto all’ambito della datità, per capirci, reintroduca potenzialmente il rischio di un’assunzione paradossalmente riduzionistica del postcoloniale, limitata a un contesto materiale determinato, laddove un’assunzione metaforica e soggettiva del termine sottolinea piuttosto il grado di (in)consapevolezza dei fattori di continuità della situazione coloniale da parte di un soggetto, singolare o collettivo e storicamente situato. (Molti hanno parlato opportunamente anche di inconscio o immaginario coloniale o postcoloniale.)
Sta di fatto che gli studiosi di ispirazione postcoloniale analizzano situazioni, discorsi, descrizioni, rappresentazioni e narrazioni intrise di conflitti, e contrassegnate da rapporti di forza (in)sanabilmente asimmetrici. Credo fondamentale insistere, con Edward Said, sul carattere situato e materiale, irriducibile alla sfera epistemologica e discorsiva, di questa violenza, che continua ad essere esercitata nei confronti di soggetti subalterni, si tratti dei cittadini di paesi del sud del mondo oggetto delle interessate attenzioni del capitalismo globale o dei migranti irregolari di Schengenland, costretti ad oscillare tra una condizione di semischiavitù lavorativa e la detenzione in lager che sono l’ultima declinazione di una forma-campo di concezione coloniale.
Varrà la pena sottolineare: il carattere pervicacemente razzista di queste politiche di sviluppo e di contrasto all’immigrazione clandestina, la loro matrice non sempre riducibile all’eredità del colonialismo – si pensi all’antiziganismo, istituzionale e di base, sul cui tratto noncoloniale insiste opportunamente Rivera (2011, p. 130 e ss.) –, e soprattutto la loro centralità e cogenza all’interno di un mercato del lavoro globale che continua ad avere bisogno dei suoi dannati della terra.
Del resto, come nota Mbembe con ironia, «con il crollo del marxismo come strumento analitico e progetto onnicomprensivo […], tutte le lotte sono diventate lotte di rappresentazioni» e ancora «continua ad aver corso la falsa dicotomia tra l’oggettività delle strutture e la soggettività delle rappresentazioni – una distinzione che consente di mettere da parte tutto ciò che è culturale e simbolico, lasciando dall’altra tutto ciò che è economico e materiale» (2005, pp. 14, 15). Sulla stessa linea, Mezzadra rivendica l’interesse a «riportare alla luce il livello materiale che la dimensione epistemica delle culture, dei discorsi, dei testi ha assunto all’interno della costituzione di un modo di produzione, il capitalismo moderno appunto, che rimane comunque organizzato attorno all’imperativo dell’accumulazione e alla logica dello sfruttamento» (2008, p. 11). [per continuare la lettura, scarica il libro a questo link]
[LDF, 00.03.2013]