Disarchivio. Cinema e altro/ve da una lente anticoloniale

Ricordando Zeudi e un incontro mancato

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Una riflessione personale scritta di getto in risposta all'ondata di reazioni che hanno accolto oggi la notizia della scomparsa di Zeudi Araya, che ha legato il proprio nome soprattutto al successo di alcuni film del filone esotico-erotico degli anni Settanta e al suo ruolo di produttrice e depositaria della prestigiosa library della Cristaldi Film.


Stanno man mano uscendo notizie e articoli che commentano la scomparsa di Zeudi Araya, diramata dalla famiglia e in particolare dal figlio Michelangelo Spano. Araya è venuta a mancare domenica 24 maggio, dopo una lunga malattia, a 75 anni. Scrivo questa riflessione per riaprire un cassetto della memoria un po’ impolverato dove era sepolto un piccolo segreto doloroso, che ho in comune con la scrittrice Igiaba Scego. Nell’aprile del 2013, quando ho dato alle stampe il volume a mia cura L’Africa in Italia. Per una controstoria postcoloniale del cinema italiano, il libro comprendeva dieci conversazioni con altrettante figure afrodiscendenti significative che avevano attraversato la storia e il presente del cinema e della serialità italiana. In realtà, tra le interviste avrebbe dovuto figurare anche quella con Zeudi, con cui ebbi effettivamente un incontro, in cui eccezionalmente non ero solo, ma accompagnato da Igiaba.

Era lunedì 19 novembre 2012, ore 12. Zeudi ci ricevette con gentilezza, eleganza e una bellezza radiosa negli uffici della Cristaldi Film. Fu un incontro franco, aperto e ricco di domande e risposte articolate e senza veli per così dire, sulla sua infanzia e adolescenza in Eritrea, sulla scuola italiana, sul concorso di bellezza Miss Etiopia vinto a sedici anni fatti passare per venti, sul viaggio premio in Italia nel 1969 avuto per la vittoria al concorso, sull’incontro fortunato con Luigi Scattini e il grande successo de La ragazza con la pelle di luna (1972), sui film successivi sempre nel filone esotico-erotico, sul matrimonio con Franco Cristaldi, il progressivo diradare dei ruoli e la scelta maturata di ritirarsi dalle scene e dedicarsi alla produzione e alla famiglia. Però già durante l’incontro, culminato in uno sbobinato di 14 pagine, qua e là ci rendevamo conto di come Zeudi comprendesse poco il nostro sforzo di sollecitarla a rivisitare criticamente specie i film degli anni Settanta diretti da Scattini, Paolella, Pavoni, Corbucci, alla luce magari di una consapevolezza diversa subentrata con l’esperienza.

Pochi giorni dopo l’incontro, inviai a Zeudi una mia proposta di editing della conversazione a tre, effettuata con la stessa modalità con cui avevo realizzato le altre, cioè facendo una serie di tagli mirati ma cercando al contempo di preservare la materialità del dettato verbale, e senza quindi mettere il tutto in bella forma per così dire. Morale della favola, Zeudi non apprezzò affatto il mio montato: era probabilmente la prima volta che aveva a che fare non con giornalisti interessati a riprodurre una narrazione nostalgica, edificante, conciliatoria, divizzante del suo percorso d’attrice e produttrice ma piuttosto con una visione tesa a valorizzarlo da una prospettiva critica, storica, e con riferimenti espliciti alla violenza simbolica, neocoloniale, esotizzante e sessista, presente specie nei suoi primi film. Dal tenore insolitamente aggressivo della risposta, che stonava con la libertà del dialogo svoltosi solo pochi giorni prima, ho capito che non c’erano margini reali per una ricomposizione, anche perché non avevo intenzione di stravolgere solo per lei le coordinate di metodo che mi ero dato per le conversazioni del libro.

Conserverò, col dettato dell’intervista, e il sincero rimpianto per quest'occasione perduta, l’eco di una voce diretta, vivace e attenta, tesa a rivendicare il proprio percorso, tra Eritrea e Italia, in una società e in un cinema italiano assai diversi da quelli di oggi, più accoglienti forse, di certo ancor meno consapevoli. Ripensando al ben noto saggio di Spivak, in questo caso ci siamo trovati, insieme a Igiaba, a toccare con mano l’impossibilità, in un soggetto subalterno (o meglio, subalternizzato), di riaprire l’archivio della memoria, tra vissuto e immaginario, rivisitandone con una nuova chiave il senso. Rimane la traccia dei “suoi” film, quelle immagini sonore con cui sceneggiatori e registi hanno scritto le fantasie erotiche ed escapiste di più generazioni di maschi bianchi eterocis (e magari anche di qualche donna bianca) a disagio con una condizione femminile in via di emancipazione, in anni nei quali l’emigrazione in entrata riguardava solo una componente ridotta di studenti di belle speranze dall’Africa postcoloniale e giovani donne provenienti da ex-colonie italiane del Corno d’Africa, dalle Filippine o da Capo Verde, destinate a prestare servizio nei salotti della buona borghesia italiana, soi-disant progressista o nostalgica che fosse.

Tra le righe del saggio di Rosetta Giuliani Caponetto su quello che chiamava il «cinema di seduzione coloniale» e della postfazione di Igiaba Scego, inclusi ne L'Africa in Italia, come in altri interventi scritti in seguito da altrə studiosə, come Gaia Giuliani, è ravvisabile il tentativo di restituire la complessità dell’agency di Zeudi Araya, Ines Pellegrini, Laura Gemser, Ajita Wilson, e non poche altre, i cui corpi neri sono stati usati come icone di un discorso simbolicamente e doppiamente tossico, ma che forse oscuramente e inconsapevomente hanno disseminato qua e là tracce di una soggettività resistente all’ingranaggio sistemico eteropatriarcale e coloniale agito su di loro. Probabilmente un lavoro di recupero e disamina strutturale di quelle tracce rimane ancora da istruire, tenuto conto però che il percorso di Araya rimane unico e va riletto con un’attenzione specifica alla sua traiettoria nel cinema italiano, in quanto prima produttrice afrodiscendente all’interno di un comparto dell'industria culturale che, non diversamente dagli altri peraltro, rimane bianco ed ermeticamente chiuso a persone con background migratorio, specie nei ruoli apicali, salvo rarissime eccezioni, tra cui cito con piacere Renata Di Leone con la sua Fabrique Entertainment.
[LDF, 31.05.2026]

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